Parlamentari in spiaggia, istituzioni assenti.
A volte la politica smette di essere tale e diventa content creation. È quello in cui un parlamentare della Repubblica, invece di godersi qualche giorno di ferie, percorre le spiagge con il telefono acceso e scorta al seguito alla ricerca del degrado più fotogenico, dell’abuso più scandaloso, della frase più adatta a incendiare i social, raccoglie strette di mano e concede selfie. Non è più rappresentanza: è engagement farming. O, per dirla senza inglesismi, è la vecchia, spicciola arte di campare di indignazione.
Sia chiaro: un parlamentare è libero di andare al mare, parlare con i cittadini e denunciare ciò che non funziona, ci mancherebbe. L’assurdità comincia quando ogni problema diventa un set e ogni irregolarità (?) un’occasione per costruire consenso. Quando la realtà non viene più raccontata, viene sfruttata.
Ma la questione più imbarazzante riguarda chi, quella realtà, dovrebbe governarla. Perché, se un parlamentare può passare una giornata sulla spiaggia filmando presunto abusivismo, degrado, occupazioni, illegalità e assenza di controlli, c’è una domanda che prima o poi bisognerà pur fare: dove sono le istituzioni competenti? Perché delle due l’una. O quelle immagini raccontano un’emergenza reale (e allora sarebbe curioso che a intervenire per primo fosse un politico con lo smartphone invece degli organismi preposti), oppure siamo davanti all’ennesima operazione di populismo ad hoc, costruita gonfiando episodi circoscritti fino a farli sembrare la fotografia di un intero territorio. In entrambi i casi, qualcuno non sta facendo il proprio mestiere.
Il paradosso è quasi perfetto: l’inefficienza dello Stato produce il contenuto che alimenta il populista; e questi trasforma l’inefficienza in consenso. Una fabbrica perfetta, dove ognuno sembra avere bisogno dell’altro e in cui la gente, anziché riflettere, si rispecchia con estrema semplicità, familiarità e immediatezza. Così la spiaggia diventa studio televisivo, l’illegalità diventa format e l’indignazione -manco a dirlo- moneta elettorale. E mentre il parlamentare incassa visualizzazioni e potenziali consensi per la prossima campagna, il territorio sostiene inconsapevolmente (ma neppure tanto) l’ennesima figuraccia.
La domanda, allora, non è se un parlamentare abbia il diritto di andare in spiaggia a ridurre ai minimi termini il proprio ruolo all’insegna del populismo più spicciolo, bensì se sia giusto da parte sua trasformare l’assenza dello Stato e delle istituzioni locali in una campagna elettorale permanente. E soprattutto se sia tollerabile che questi ultimi, con la propria inerzia, continuino a fargli da ufficio stampa o da comitato itinerante.
foto: Corriere del Mezzogiorno (napoli.corriere.it)


