La sinistra è una cupola

Marcello Veneziani (photo: Wikipedia)

Condivido con estremo piacere un articolo pubblicato da “La Verità” e nato dalla penna colta e raffinata di Marcello Veneziani. Un’analisi storico-politica fuori dal coro (Veneziani lo è storicamente ed è tutt’altro che uomo di sinistra) che può e deve farci riflettere.

La sinistra è un’associazione di stampo mafioso che detiene stabilmente il potere e lo esercita forzando la sovranità popolare, la realtà della vita e gli interessi della gente. Usa metodi mafiosi per eliminare con la rituale accusa di nazifascismo (o in subordine di corruzione) chiunque si opponga al suo potere. Si costituisce in cupola per decidere la spartizione del potere ed eliminare gli avversari, tutti regolarmente ricondotti a Male Assoluto da sradicare e da affidare alle patrie galere o alla gogna del pubblico disprezzo.
Si serve delle camorre mediatico-giudiziarie e intellettuali per imporre i suoi codici ideologici per far saltare i verdetti elettorali, per forzare il sentire comune e il senso della realtà, per cancellare e togliere di mezzo
chi la pensa in modo differente. E si accorda con altri poteri tecnocratici e finanziari, per garantirsi sostegni e accessi in cambio di servitù e cedimenti: Mafia & Capitale. Metodi incruenti, ma di stampo mafioso, e tramite forme paradossali: perché calpesta la democrazia e si definisce democratica, viola le leggi, perfino la Costituzione – sulla tutela della famiglia, sulla difesa dei confini, sul rispetto del popolo sovrano – ma nel nome della legalità e della Costituzione.
Su Panorama di questa settimana ho ricordato che giusto mezzo secolo fa un grande polemista e scrittore come Panfilo Gentile pubblicava un libro che ha descritto la parabola della democrazia italiana dalla partitocrazia alla mafia politica. S’intitolava Democrazie mafiose. Il notabilato del nostro tempo, di stampo mafioso, ha un chiaro imprinting radical-progressista, più una spruzzatina liberal, tecno-europea. Prima di lui Antonio Gramsci notava che quando una classe politica perde il consenso non è più dirigente ma dominante. E aggiungeva che era in atto “una rottura così grave tra masse popolari e ideologie dominanti”.
Parlava del suo tempo, ma descriveva il nostro; gli attori di oggi sono mutati perché le ideologie dominanti oggi sono quelle eurosinistresi che hanno ripreso il potere in Italia pur essendo sconfitti dal voto, servendosi del camaleontismo dei grillini, che come alcune specie animali mutano pelle per salvarla.
Spettacolare è stata la circonvenzione d’incapace intentata dai grillini per dare l’impressione di un’investitura della base al governo con la sinistra, una legittimazione di democrazia diretta, col surreale referendum della piattaforma Rousseau. A me ha ricordato un settembre di 220 anni fa, quando i giacobini nel 1799 intimarono all’arcivescovo di Napoli di fingere che San Gennaro avesse fatto il miracolo, il sangue si era sciolto, e dunque era favorevole alla Repubblica Napoletana, nata all’ombra dello Straniero, l’esercito francese repubblicano. Loro, i giacobini franco-napolitani, i nemici atei e “illuminati” della devozione superstiziosa, la usarono nel modo più cinico, più becero e blasfemo per ingannare la gente. Era la piattaforma San Gennaro…
Voi direte, dai, ma associazione di stampo mafioso è un po’ eccessivo. Ma si tratta di fronteggiare in modo adeguato la violenza ideologica e propagandistica della sinistra e rispondere sul loro stesso terreno, col loro stesso lessico. Da una parte sapete che abuso disinvolto di etichette mafiose è stato fatto verso chiunque si opponga alla sinistra e ai loro compagni; ogni associazione anche semplicemente di truffatori o di arrivisti è diventata poi associazione di stampo mafioso; per chi non era proprio dentro alla cosca, s’inventò la formula curiosa di “concorso esterno” all’associazione mafiosa. Dall’altra parte pensiamo a cosa viene detto e scritto in modo martellante contro chi difende la sovranità nazionale e i suoi confini, la civiltà cristiana, la famiglia naturale: è trattato alla stregua di nipotino di Hitler, di nazista, di razzista. Accuse criminali, ma da parte di chi le rivolge, a vanvera, stabilendo un nesso infame e automatico tra amor patrio e xenofobia, difesa della civiltà e razzismo, amore della famiglia e omofobia.
Ma perché chi ritiene prioritari quei principi, chi ha una visione diversa del mondo, per giunta in sintonia con la tradizione, col sentire comune e con la grande cultura che è alle nostre radici, e magari preferisce sul piano politico chi, seppure in modo grossolano, li difende o dice di farlo, dev’essere trattato in quel modo infame, silenziato e oltraggiato e non deve potersi difendere? Se dovessi compilare la lista delle infamie dovrei raccontare tanti episodi di intolleranza, di aggressione verbale, di disprezzo, di censura; ma non amo il vittimismo.
C’è un uso mascalzone dell’antifascismo che serve per isolare e interdire il nemico e poi nel nome della democrazia in pericolo per l’incombente minaccia della Bestia Nera, sono consentite le alleanze più ibride, senza limiti, da Grillo a Berlusconi, i patti più loschi e persino i golpe bianchi più indecenti.
Per questo è giusto alzare il tiro e accusare la sinistra tornata ancora una volta al governo senza passare dalle urne, di essere un’associazione di stampo mafioso, di pensare e agire come una cupola, di calpestare la gente e gli avversari con l’arroganza e la presunzione di essere dalla parte del Giusto da ricordare i più fanatici regimi comunisti. A proposito. Il comunismo promise libertà e uguaglianza ma una volta al potere fu il sistema totalitario più sanguinario e repressivo che la storia abbia conosciuto; ora, mutati i tempi, si vende come garante della libertà, della legge e della democrazia ma si ripresenta come associazione di potere di stampo mafioso. Dal Soviet alla Cupola.
MV, La Verità 6 settembre 2019

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Duc in altum, Padre Mario!

Prima di nove anni fa, con Padre Mario Lauro ci conoscevamo forse di vista e non sapevamo neppure di avere in comune la devozione per Sant’Antonio e il forte legame con la Chiesa dei Frati Minori a due passi dalla Mandra, qui ad Ischia.

Il suo arrivo come nuovo Padre Guardiano ci colse reciprocamente di sorpresa, perché bastò poco a far scoccare un rapporto di reciproca stima e una comunanza di valori impensabile, che il tempo ha consolidato e reso ancor più prezioso.

Quella di stasera sarà l’ultima messa di Mario a Sant’Antonio, prima del suo definitivo trasferimento quale Parroco di San Pasquale a Portici. Un giorno importante per me, che impone ricordi e riflessioni.

Sarò grato per sempre a Mario per la sua vicinanza e dedizione alla parte “anziana” della mia famiglia che oggi non c’è più, a cui ha sempre riconosciuto quel ruolo di “benefattrice” che nel mio piccolo, insieme a mio fratello Tony, abbiamo provato a tenere vivo, consapevoli che mai avremmo potuto pareggiare quegli autentici giganti di un’epoca irripetibile.

Ma soprattutto, mai dimenticherò l’ascolto e la dedizione da lui riservato alla mia Mamma in una fase particolarmente delicata della Sua vita, e ancor di più l’omelia ai Suoi funerali, tanto netta quanto profetica in cui, ricalcando il Suo pensiero e il Suo desiderio di sempre, fece da apripista alla quasi immediata e inaspettata riconciliazione con nostro fratello Sergio dopo quasi dieci anni da dimenticare.

A Padre Mario, col quale insieme a Catrin, a Simone e all’inseparabile e preziosa Mariaflora, abbiamo brindato domenica scorsa nel corso di una splendida giornata di mare insieme, auguro tutto il meglio nella nuova Comunità che, con l’intensità della sua presenza e della sua spiritualità, andrà senz’altro ad arricchire. Così come spero di vero cuore che anche la “nostra” Chiesa di Sant’Antonio riesca, d’ora innanzi, a tenere il passo di quelli che, senza ombra di dubbio, sono stati nove tra i suoi migliori anni di sempre.

Duc in altum, Padre Mario! E per Te che ami così tanto il mare quanto il Tuo apostolato, non sarà difficile.

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Un vecchio ricordo da baule in soffitta.

L’isola d’Ischia “calcistica” spaccata da Sarri alla Juventus, azzurri e bianconeri di casa nostra si spadellano sui social nell’esprimere le loro opinioni, il mondo del pallone affronta con una passione forse eccessiva un argomento calcistico che, per tanti, è diventato quasi una questione personale.


I tifosi del Napoli si sentono fondamentalmente traditi da quello che, in tre anni di guida tecnica dei loro beniamini, era diventato senza se e senza ma il “Comandante” di un’autentica quanto effimera rivalsa calcistica e sociale. I fans juventini, invece, da una parte cavalcano la tigre della delusione dei loro principali antagonisti locali quale ghiotta occasione di sfottò; dall’altra, malcelano la loro delusione di aver dovuto “ripiegare”, dopo i vacui annunci ad effetto del possibile arrivo di Guardiola, su un tecnico che hanno sempre denigrato e sottovalutato e di cui ora, in modo tutt’altro che credibile, fanno di tutto per rendersi credibili nel riconoscere le qualità estetiche ed essenziali nei risultati del gioco che riesce a far esprimere alle squadre che guida.


Che Maurizio Sarri sia un maestro di calcio, con tutti i limiti di chi non è granché abituato a gestire rose nutritissime nonché storicamente poco incline a cambiare il suo modulo tattico, è un dato di fatto. Altrettanto inequivocabile è la sua scarsissima capacità di essere coerente con molte delle sue dichiarazioni, che -come ho avuto modo di scrivere in uno dei miei recenti editoriali- rilasciarle con meditazione e prudenza è dote fondamentale per chi approda a certi livelli di professionismo. Proclami populistici inneggianti “fino al palazzo”, alla necessità di adottare maglie a strisce “così un rigore finalmente ce lo daranno”, o appelli a una normalità economica tipicamente di sinistra perché “sono già fortunato a essere pagato bene per lavorare con la mia principale passione”, salvo cambiare idea appena un anno dopo con “non mi sono ancora arricchito col calcio, vorrei farlo in futuro”, sono solo alcune delle sue uscite infelici che oggi fanno il paio con mille altre contraddizioni prodromiche a quel passaggio in bianconero per il quale, non più tardi di febbraio 2017, la sola notizia di un contatto con la società degli Agnelli annunciata senza condizionale da un quotidiano nazionale fu commentata con: “Sto valutando se ci sono gli estremi per una querela. Anzi, gli estremi ci sono, stiamo solo valutando se farlo”. Solo per la cronaca… non ci fu alcuna querela!


Che piaccia o no, nel valzer delle panchine di quest’anno in serie A, il ruolo di primo ballerino lo ha certamente conquistato lui! E al di là di ogni legittima ambizione o previsione, per Maurizio Sarri questo con la Juventus rappresenterà un delicatissimo banco di prova. E chissà che qualcuno, oltre a riuscire ad imporgli il dress code sociale, sarà anche in grado di limitarlo nelle sue -spesso infelici- esternazioni. Ma comunque andrà, stento a credere che l’ormai ex comandante azzurro riuscirà a far breccia nei cuori bianconeri come il tanto vituperato Allegri nel dopo-Conte. Una cosa è certa: in terra di Parthenope, gioia e rivoluzione sono ormai solo un vecchio ricordo da baule in soffitta. E per i figli del Vesuvio, da oggi c’è un nemico calcistico in più, un sedicente comunista che ha imparato finanche a viaggiare in jet privato.

(da “Il Dispari” del 18 giugno 2019)

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Luciano, l’eterno leone mansueto

(da IL DISPARI del 15 maggio 2019)

Il manifesto che oggi (ieri per chi legge –ndr) annuncia la morte di Luciano Bondavalli mi ha riportato alla mente un episodio di quando, poco più che maggiorenne ma già alle prese con la mia attività, cominciai una delle mie giornate con un gran pianto, dopo aver visto un manifesto di egual tenore affisso a Piazza degli Eroi nei pressi della transenna mobile che, a suo tempo, impediva l’accesso in Via Cortese nelle ore di limitazione al traffico. Fu tale la suggestione da non rendermi conto né dell’anomala postazione per un manifesto del genere né del testo poco rituale, men che meno del fatto di aver lasciato Luciano solo poche ore prima, al termine di una delle tante notti brave trascorse nei suoi locali. Servì poco, per fortuna, per scoprire che si trattava di un macabro scherzo fuori stagione ai danni del già mitico “leone bianco”.

Adesso che purtroppo Luciano è andato via per davvero e il dispiacere di aver perso un amico ha il sopravvento sul resto delle cose a cui comunque dover pensare in una giornata come questa, mi tocca accontentare il Direttore e scrivere qualcosa su di Lui, consapevole che non si tratterà di una sorta di biografia, ma semplicemente di un ricordo sentito e sincero.

Luciano ha cominciato la sua avventura nel by night lasciandosi “contaminare” da Tonino Baiocco, vero antesignano di questo settore ad Ischia, col quale collaborava (se non ricordo male) ai tempi dello Scotch Club, lanciandosi poi in un percorso tutto suo che, bene o male, tutti conosciamo e di cui suo fratello Marcello è stato co-protagonista nel tempo. In un certo qual modo, tra i due fratelli, Marcello è sempre stato il più attivo e presenzialista, l’operativo per eccellenza; Luciano, invece, per chi non lo conosceva bene, sembrava sempre un po’ in disparte, dietro le quinte, ma nulla gli sfuggiva, a cominciare dalle strategie che, per quanto concordate, erano spesso figlie del suo grande intuito imprenditoriale e della sua esperienza divenuta impareggiabile strada facendo.

Il primo “Valentino”, la creatura a mio giudizio più importante di Luciano, accolse per lunghi anni la vera élite dei nottambuli ischitani e dei frequentatori abituali dell’Isola, in particolare nel periodo in cui, tra i parati millerighe biancoverdi, le palme disegnate, i bamboo verniciati bianchi e un poster di un leone che “copriva” amorevolmente la sua leonessa, le note del mitico Luciano Bruno consacravano il vero, indimenticato piano bar “made in Ischia”, mentre fiumi di champagne e mazzi di rose rosse inondavano i tavoli degli ospiti vip: un format di grande successo che, per un po’ di tempo, Luciano clonò anche a Cortina d’Ampezzo in versione winter. Poi il Charly, il Bambo (con Tonino Baiocco, all’ex Lampara/Barraccio) e, anni dopo, il New Valentino, pronto ad inglobare lo stesso Charly in un’unica realtà firmata Sandro Petti, dall’architettura unica e dall’utilizzo modulabile, abbinandolo al Club Ecstasy in Piazzetta dei Pini, rilevato dal precedente gestore Michele Iovene e diventato in pochi anni un altro locale di assoluto riferimento per la movida di casa nostra.

Quattro erano gli elementi caratterizzanti di Luciano: il sorriso sornione (per molti ma non per tutti), la camicia scollata, il bicchiere di Glen Grant (Luciano attribuiva al suo compianto amico Di Lorenzo –non ne ricordo il nome- il “merito” di avergli insegnato ad amare quel whisky) e l’immancabile sigaretta, maledetta amica consumata in quantità industriali, pur consapevole che forse un giorno, com’è poi accaduto, avrebbe potuto tradirlo.

Un uomo, Luciano, che ha avuto il grandissimo merito di sapersi rendere eterno, nel senso che la sua personalità, a differenza di altri, non ha mai perso carisma tra le varie generazioni, dimostrando così una versatilità non facile da adottare per un uomo della sua età, nella piena consapevolezza che le abitudini dei giovani (e quindi il loro linguaggio, le loro esigenze, il loro modo di comunicare) cambiavano vertiginosamente. Allo stesso modo in cui, sorprendendo un po’ tutti, ha saputo calarsi alla grande anche nel ruolo del genitore –per così dire- tardivo, quando con Elena, non proprio giovanissimo, ha generato le sue due imprese più belle: Niki e Luciano jr. Molti di noi hanno a lungo stentato a credere di vederlo sveglio in orari a dir poco insoliti per lui, mentre attendeva in motorino fuori scuola l’uscita dei figli per riportarli a casa, ma questo era un motivo in più per stimarlo e prendere atto che sotto quella rude scorza, in fin dei conti, c’era semplicemente una bella persona e, incredibile ma vero, un buon padre come tanti altri.

Indimenticabili i suoi “falsi sessantesimi compleanni” che per diverse estati, anche due volte in un mese, annunciavo dal microfono del Charly e del Valentino, abbassando la musica del deejay o con la complicità di Maurizio Filisdeo e con il locale stracolmo, scatenando una marea di persone che correvano a fargli gli auguri (magari pretendendo un drink omaggio per brindare), il suo “nun è ver nient… chillu str…” e altri improperi, ancorché divertito; così come le esilaranti discussioni sulla dote immobiliare da me pretesa per ventilare la possibilità di “concedere” un futuro matrimonio tra uno dei miei due figli e la “sua” Niki, a cui rispondeva puntualmente con la mano destra ondeggiante dal basso in alto, accompagnata dal più classico dei “Vavattenn!”. Ma benché preoccupato, negli ultimi tempi, dal fatto che due figli maschi potessero rinnovare la presenza nei suoi locali di un cacac…o come me, sentivo con certezza Luciano ricambiare appieno la stima e il bene che gli volevo. L’ultima riflessione su quella che, a nostro comune giudizio, è stata l’involuzione del divertimento dei giovani, fu la seguente: “Ricordi quando, a fine serata, ci fermavamo a parlare nel locale o al Mystere o al Dionisio, e tanti come te mi confidavano se erano riusciti o meno a rimorchiare questa o quella ragazza? Adesso il mondo è talmente cambiato che da un po’ di anni questo genere di confidenze vengono a farmele le donne, lamentandosi di aver preso un “palo” con un ragazzo che, magari, ha preferito l’uscita con gli amici alle loro avances”.

Nell’estate del 2012, scrissi un editoriale in cui parlavo, tra le varie riflessioni, del fumo incontrollato da parte degli avventori dei locali notturni. Giorni dopo, mi accorsi a più riprese che Luciano non rispondeva più al mio saluto, alle mie telefonate e ai miei messaggi. Quando ne fui certo, quattro mesi dopo, il 16 dicembre, gli scrissi una mail che ancora conservo, spiegandogli le mie ragioni e il perché non c’era motivo di prendersela sul piano personale rovinando un’amicizia storica, anziché comprenderle da genitore, prima che da amico. Dopo due giorni, ecco la sua risposta, che incollo testualmente senza modificare nulla, errori di digitazione compresi: “ok.visto che devi partire vai a fare     un buon natale e al tuo ritorno ci prenderemo un caffè insieme.ciao e auguri a tutta la fgamiglia”. Ovvero, un mix d’ironia e intelligenza più unici che rari, grazie al quale, con quel leone più mansueto di tanti falsi agnellini, tutto tornò a posto.

Con Luciano ho perso un amico! E a quanto pare, non sono il solo.

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I soliti bilanci. Ma…

Mister Carlo Ancelotti (photo: Gazzetta)

Un altro campionato sta per terminare per il Napoli. La Champions League è ormai blindata anche per il prossimo anno, lo scudetto è andato ai soliti noti per l’ottavo anno di fila e gli Azzurri restano ancora una volta probabili ottimi secondi.

Campionato fallimentare? Assolutamente no. E’ stato il primo anno di Carlo Ancelotti in panchina e, a mio giudizio, difficilmente avremmo potuto pretendere di più. Eccoci però pronti a valutare le prospettive per la prossima annata calcistica, laddove non ci saranno più scusanti sulla programmazione di determinati obiettivi, se realmente si intenderà perseguirli. I soliti bilanci di fine stagione? Forse, ma…

Della serie: se De Laurentiis, come credo, ascolterà le eventuali richieste del suo allenatore ormai plenipotenziario per rafforzare l’organico (a mio avviso, per provare ad essere competitivi a tutti i livelli, serve un nuovo acquisto di indubbia consistenza per ciascuno dei reparti), significa che il progetto assumerà finalmente la concretezza che tutti ci aspettiamo. Diversamente, avrà ragione chi accusava il nostro ottimo mister di essere venuto a Napoli a “prendere la pensione e sistemare la famiglia“, accondiscendendo alla politica sparagnina del Presidente che tende a sopravvivere con la virtuosa e redditizia zona Champions, senza ulteriori pretese.

Tifosi sì, ma con gli occhi aperti. Aspettando novità serie sullo stadio.

#avantiNapoli

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