L’Expo, sinceramente…

Il Decumano di Expo 2015

Sono stato, insieme a mia moglie, tra i circa quattordici milioni e mezzo di Italiani, sui ventuno complessivi, che si è recato last minute a visitare l’Expo, ieri. Ritenevo che onorare questo grandissimo appuntamento fosse un preciso dovere di chiunque, in qualche modo, potesse permetterselo. E come son solito fare, cercherò di dirVi esattamente ciò che penso.

I miei giudizi positivi coincidono esattamente con quelli della maggior parte degli opinionisti e della gente comune: un successo per l’Italia, una vetrina importantissima, una dimostrazione di quanto gli Italiani siano in grado, quando vogliono, di esercitare agevolmente la loro leadership quanto ad organizzazione, creatività, accoglienza ed impiego di risorse. Eccellente il servizio di collegamento con la linea rossa della Metro, facilmente intercettabile dal centro alla stazione Duomo. Transito fluido e, con due euro e cinquanta a persona per tratta, giungi a destinazione in meno di mezz’ora ed in modo abbastanza confortevole.

Più difficile anche per me esprimere una valutazione degli aspetti negativi, che pur ci sono. Difficile perché per alcuni di essi, in tutta onestà non avrei una soluzione, che necessiterebbe di ben più lunghe ed attente riflessioni e forse di maggiori competenze. Primo problema tra tutti, le code: dopo aver constatato che a distanza di poco più d’un mese dall’apertura si era già giunti a ben la metà dei visitatori stimati, una valutazione sul prosieguo meritava di essere compiuta. Invece ieri, penultimo giorno d’apertura, le code ai padiglioni principali erano ancora chilometriche. Io stesso, pur ponendomi l’obiettivo di giungere al Decumano prima delle 9.30 per andar dritto al padiglione del Giappone, ho già trovato a quell’ora dalle sei alle 0tto ore di fila, cinque a quello del Kazahkistan, quattro ad Israele, tre alla Corea e due all’Italia, che ho naturalmente preferito non solo per il sacrificio minore, ma per un briciolo di patriottismo.

Quella che Vi mostro è una foto del Decumano fatta da me senza troppe pretese, dal cellulare. Erano le 16.00 e mentre ci dirigevamo all’uscita, un fiume umano ci veniva contro e, ai tornelli, le file erano ancora interminabili in vista delle visite serali. Come non prevedere una soluzione che consenta -almeno a chi è più diligente- di non rischiare attese infinite senza la garanzia di poter soddisfare il proprio interesse? Fin troppo facile capire che per una famiglia con bambini, l’Expo non è stato certo il massimo.

L’organizzazione ha registrato un boom di vendite biglietti, perché ventun milioni di visitatori non sono bruscolini. Un po’ meno chi ha acquistato gli allotment da rivendere. Un esempio per tutti: ho comprato i miei biglietti grazie ad un pay-per-click di Google attraverso la Alessandro Rosso Group, dove anziché pagare 39 euro a persona per un biglietto open o 34 per uno a data fissa, ne ho presi due a 24 euro e pochi centesimi: circa il 70% in meno. Questo dimostra che i “privati” che hanno investito sulle presenze non sono riusciti a scardinare la più agevole quanto normale richiesta diretta all’Organizzazione, trovandosi negli ultimi giorni a dover investire in comunicazione on line per tentare di tener botta.

Ho letto che il padiglione della Francia è stato tra i più gettonati; in tutta onestà, non ne riesco a comprendere i motivi. Ho visitato questo percorso verde piuttosto scarno attraverso coltivazioni e tradizione vitivinicola d’oltralpe, per poi culminare in una produzione dal vivo di baguettes, dove l’occhio attento di Catrin ha subito notato che una graziosa addetta, dapprima intenta al manicure, passava poi repentinamente a maneggiare i panetti e porli sul piano destinato al forno. Touchè!

Una nota dolente va registrata anche nei prezzi del cibo: al self service nei pressi del padiglione Italia, i tredici euro per un primo tutt’altro che ricercato, per quanto commestibile, sono la dimostrazione di quanto il business abbia avuto il sopravvento sulla reale fruibilità dei contenuti e dell’importante messaggio che l’Expo si prefiggeva sul piano globale. E alla fine, dopo un gradevole aperitivo alla Terrazza Martini (un Dry senza un’olivetta o un cappero a guarnizione è un autentico sacrilegio, ragazzi) e la visita -evitabile- all’Austria, viva i dieci minuti di coda utili per entrare nel negozio Lindt e rifarci la bocca dopo una trasferta che, senza ombra di dubbio, poteva essere di gran lunga migliore. Capito, Matteo? Viva l’Italia!

Share and Enjoy:
  • FriendFeed

Commenta

Devi effettuare il login per postare il tuo commento.